Antonio D’Andrea, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Brescia.
Prima domanda. Nodo Cruciale della politica pre-elettorale,
I punti critici che mi paiono maggiormente rilevanti e intimamente connessi sono due. Primo: siamo di fronte ad un sostanziale superamento della attuale forma di governo parlamentare, sostanzialmente trasformata in un ibrido. È stato messo in piedi, difatti, un coacervo che miscela “pezzi” di forme di governo diverse, senza però orientarsi con coerenza verso nessuna di quelle conosciute e sperimentate negli ordinamenti democratici. Si introduce un’assoluta preminenza del Primo Ministro nei confronti di qualsiasi altro organo costituzionale; egli, pur non venendo eletto direttamente da parte dei cittadini, concentrerebbe su di sé, in modo improprio e tendenzialmente autoritario, rilevanti poteri di indirizzo politico. In particolare il Presidente della Repubblica finirebbe per essere ostaggio della maggioranza che vince le elezioni (e ciò dovrebbe essere garantito da una legge elettorale necessariamente maggioritaria o proporzionale con premio di maggioranza), e perciò sterilizzato nel suo ruolo di garante e arbitro del confronto politico che si sviluppa nella sede parlamentare. Secondo: si realizza una correzione radicale dell’attuale sistema bicamerale, lasciando solo alla Camera il compito, fittizio, di intrattenere un rapporto dialettico con il Governo. Nella realtà si ingessa il confronto parlamentare creando l’illusione di avere un Governo del Primo Ministro stabile e perfettamente in grado di durare per l’intera legislatura. Ciò perché, a voler ben vedere, si crea un circolo vizioso nel quale la maggioranza che ha vinto le elezioni è ostaggio del Premier e viceversa. Infatti, da un lato, si attribuisce al Primo Ministro la facoltà di ottenere lo scioglimento della Camera dei deputati in qualsiasi momento e, dall’altro lato, solo la maggioranza che ha vinto le elezioni può cambiare il Primo Ministro. Vorrei sottolineare, infine, un cosa importante: il Governo del Primo ministro viene dotato dalla riforma di rilevanti poteri procedurali all’interno delle sedi parlamentari che gli consentono persino di alterare le competenze legislative assegnate ai due rami del Parlamento( in particolare quella del cosiddetto Senato federale) e di influenzare in modo decisivo l’ordine dei lavori parlamentari nonché i tempi di discussione e di approvazione dei disegni di legge.
Il mutamento in questa direzione non è stato così importante né tanto meno appare preludere ad un effettivo rafforzamento dell’autonomia regionale. Tra l’altro è stato accompagnato da altri correttivi: si pensi alla ricomparsa del cosiddetto “interesse nazionale” per accontentare le frange più nazionalistiche dello schieramento di centro destra e controbilanciare l’accoglimento delle richieste leghiste, che sono indicate con il nome di “devolution” e che alludono all’ampliamento delle competenze legislative esclusive delle Regioni ordinarie, le quali, in realtà, esclusive non sono perché lo Stato centrale mantiene intatto il potere di legiferare sull’intero territorio nazionale per garantire i livelli essenziali dei diritti civili e sociali( si pensi ad esempio al diritto alla salute). Devo dire, peraltro, riguardo al rafforzamento dell’autonomia delle Regioni e degli altri Enti territoriali che la stessa riforma costituzionale del 2001 varata dal centrosinistra( ed egualmente deprecabile dal punto di vista del metodo poiché varata senza il coinvolgimento dell’opposizione parlamentare) ha lasciato alla Corte Costituzionale il compito non semplice di ricondurre a razionalità e coerenza il riparto delle competenze tra Stato e Regioni che non può certamente definirsi ben “organizzato” dal dettato costituzionale a seguito della riforma del Titolo V° alla quale ho fatto riferimento.
Ultima domanda. Ha parlato di Corte Costituzionale.
Sì, infatti per quanto riguarda
cc
categoria:poesia, politica, amore, referendum, costituzione, attualitĂ





















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